sul sito di Ilaria Alpi: http://www.ilariaalpi.it/index.php?id_sezione=3&id_notizia=341
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http://www.kinematrix.net/darecuperare/ilariaalpi/ilariaalpi.htm
http://www.spietati.it/archivio/recensioni/rece-2002-2003/rece-2002-2003-i/ilaria_alpi.htm
http://www.alicenonlosa.it/spettacolo/cinema.asp?ID=41
http://www.aip-filmitalia.com/film.asp?lang=ita&documentID=27556 trailer
http://www.fipa.tm.fr/programmes/2004/fr.php?f=fic_10016&r=prsc
http://www.frameonline.it/Rec_IlariaAlpi.htm
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da Liberazione
"Io so... perché sono uno che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disor- ganizzati e frammentari di un intero, coerente quadro che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l'arbitrarietà, la follia e il mistero". Queste parole di Pier Paolo Pasolini - scritte nel famoso articolo "Io so" - ispirano l'intera struttura e la stessa volontà degli autori del film "Ilaria Alpi. il più crudele dei gioni" (in sala per l'Istituto Luce), non a caso citate didascalicamente quasi all'inizio del film. E le stesse parole segnano l'avventura dalla fine tragica della giornalista Ilaria Alpi. Il film è prima di tutto un omaggio a lei e a Miran Hrovatin, due persone morte per il semplice fatto di aver voluto fare nessi e scoprire verità. La morte è il prezzo che hanno pagato per voler esercitare fino in fondo la loro professione, la loro passione, la loro intelligenza che chiedeva di essere soddisfatta nel cercare risposte, nel collegare nessi. Per questo, solo per questo, Alpi e Hrovatin sono stati uccisi. Il film firmato da Ferdinando Vicentini Orgnani, scritto assieme a Marcello Fois e liberamente ispirato al libro "L'esecuzione" (scritto da Giorgio e Luciana Alpi, Mariangela Gritta Greainer e Maurizio Torrealta, Kaos edizioni) segue lo stesso principio: azzarda nessi ma senza azzardi. Tutte le ipotesi sono basate su atti giudiziari precisi, gli autori non hanno fatto altro che mettere insieme i pezzi e tentare di farli combaciare. Ci troviamo di fronte a una tesi precisa: Ilaria e Miran furono uccisi perché avevano scoperto troppo di un incrocio di traffici di scorie radioattive e di armi che partivano dai paesi industrializzati e andavano ad inquinare le terre e le guerre di paesi poveri come la Somalia. A muovere i fili servizi segreti, servizi deviati, eserciti e faccendieri. Italiani e somali in primo piano. Il film fa nomi e cognomi veri, scelta che gli è costata non poca resistenza. Parla di Giancarlo Marocchino, l'"uomo" dell'Italia in Somalia, colui che gestiva e aiutava i giornalisti italiani in missione, fornito allo scopo di esercito personale, parla dell'assenza dell'esercito italiano sul luogo dell'omicidio, parla del generale Loi e del suo successore a Mogadiscio, Fiore, ("quello che ha sostituito Loi - dice Alpi-Mezzogiorno nel film - dopo gli attriti con gli americani... Lui non è certo il tipo da creare problemi"), dell'imprenditore Omar Mugne, dell'ambiasciatore Marcello Costa, dell'impresa navale Shifco che gestisce pescherecci che fanno strane spole nel Mediterraneo. Ma "Il più crudele dei giorni" non è, non è solo, un atto di denuncia. E' prima di tutto un omaggio e in secondo luogo un film, costruito con un criterio complesso, in cui il passato e il futuro della storia di Ilaria si intersecano continuamente con il presente, il momento dell'uccisione. E al centro, lei, una Alpi che Giovanna Mezzogiorno riesce a rendere nella determinazione come nella fragilità. Al suo fianco, un bravissimo Rade Sherbedgia (nella parte di Miran Hrovatin). Le musiche di Paolo Fresu aggiungono intensità e rafforzano la già bella fotografia di Giovanni Cavallini e il lavoro di montaggio (il più complesso) di Cutry e Heffler. Insomma, non un semplice film-inchiesta che ha più da dire che da far vedere, ma un buon lavoro a tutto tondo, frutto di grande professionalità. Ci auguriamo che "Il più crudele dei giorni" se non a trovare la verità - non è il suo compito - aiuti con la forza della sua passione a riaprire il caso Alpi nelle stanze della giustizia italiana. Sarebbe il più grande dei successi, il più bell'omaggio a Ilaria e a Hrovatin.
da Lo Spettacolo http://cinema.lospettacolo.it/leggi.asp?id=-9223372036854749669
...Ma anche la pagina più vergognosa del giornalismo italiano
. Mogadiscio 20 marzo 1994. Il sole illumina una strada deserta dove, dietro a un muro, si sente lo sgommare di una jeep, poi delle urla, poi degli spari, poi niente più. Inizia così il film voluto, nonostante un‘insormontabile montagna di difficoltà e paletti, da Ferdinando Vicentini Orgnani. Tratto da "L’esecuzione", il libro inchiesta curato dai genitori di Ilaria Alpi, il film è un pugno d’acciaio che entra diretto nello stomaco dello spettatore. Seppur numerosi colleghi si sono affannati a sottolineare imperfezioni e puntigli, il film è veramente bello e possiede una delle più grandi capacità che il cinema possa avere, ovvero quello di scioccare, ammutolire o più "semplicemente" far incazzare. In un momento così delicato per l’informazione, manipolata, controllata, questo è il film migliore per avere qualche nozione in più su come gira il mondo della notizia. Così come appare chiaro che l’etica professionale e la ricerca della verità vengono facilmente messi a tacere da logiche di profitto e corruzione. Mentre le immagini scorrono si ha ben chiaro l’epilogo della storia ma non si è ancora del tutto disgustati dalle dinamiche politico-economiche che porteranno alla commissione del delitto più crudele che il giornalismo italiano abbia mai subito. Ilaria Alpi e Miran Hrovatin indagavano su uno scottante traffico armi e di rifiuti tossici che partivano dall’Italia (e che forse non hanno mai smesso di partire) con destinazione Mogadisco, in una Somalia dilaniata da lotte interne. Un giro ignobile che molto probabilmente coinvolgeva pezzi grossi del mondo politico italiano e sul quale la giornalista di Raitre era decisa a ficcare il naso. Una verità cara che Ilaria Alpi e il suo cameraman pagarono con la vita e che ancora adesso pagano con il rischio di archiviazione del caso. Da anni i genitori della giornalista si battono per questa battaglia ad armi impari per far luce sulla vicenda ma il mondo della giustizia è l’altra faccia di una medaglia che luccica per tutti quei delitti e tutti quei massacri che non hanno mai trovato un colpevole. Costruito con un serie di flash back, il film ripercorre passo dopo passo la storia e la vita di questa straordinaria giornalista sottolineando il suo coraggio e la sua testardaggine nel perseguire la via della verità. Un viaggio nel quale però Ilaria rimarrà sola, abbandonata dalla Rai e dai suoi superiori. Perché investire soldi in un’indagine pericolosa e sicuramente di scarso interesse, tanto, come le dirà il suo superiore, "di guerre ce né tante"… Allora il pensiero vola velocemente a tutti quegli inviati (per la maggior parte donne, sarà un caso!) che ora si trovano a Bagdad e che con le loro voci rotte e trafelate ci raccontano di una guerra dietro al quale chissà quante verità ci sarebbero da scoprire. Lode dunque a un film che ha il merito di aver riportato alla luce una storia troppo in fretta dimenticata e di averlo fatto nonostante i numerosi problemi incontrati sul cammino (come le numerose intimidazioni rivolte alle comparse somale o l’impossibilità di girare direttamente a Mogadiscio che ha costretto la produzione a ricostruire la città somala in Marocco). Lode dunque per il coraggio di aver raccontato una storia così "scomoda" usando nomi veri, non risparmiando nessuno. Tra tutti questi encomi non si può infine non ringraziare la splendida Giovanna Mezzogiorno che riporta, pur con le dovute differenze fisiche, l’anima di Ilaria, la sua caparbietà, robustezza morale e il suo infinito coraggio. Che dire di più, grazie.
da Del Cinema http://www.delcinema.it/hdoc/presfilmografie.asp?idfilmografia=109042
Il 20 marzo 1994 la giornalista di RaiTre Ilaria Alpi e il cameraman triestino Miran Hrovatin vengono uccisi tra le vie di Mogadiscio. Il film di Ferdinando Vicentini Orgnani ricostruisce le ultime settimane delle due vittime, sulle tracce di un traffico di armi e rifiuti tossici che li porta dalla Jugoslavia alla Somalia. La Alpi aveva scoperto qualcosa di davvero grosso, uno scoop da fare tremare molta gente, molti delinquenti e molti potenti invischiati in affari loschi. Per questo i due giornalisti sono morti, per tappargli la bocca. Questo ci racconta il film Ilaria Alpi - Il più crudele dei giorni, interpretato alla grande da Giovanna Mezzogiorno e Rade Sherbedgia, nei ruoli delle vittime. Una ricostruzione fedele agli atti, alle testimonianze e ai racconti delle persone vicine a Ilaria Alpi. Il film, oltre alla sceneggiatura puntigliosa e ben scritta, è realizzato e confezionato molto bene. Splendide le musiche di Fresu e pulito e lineare il montaggio, nonostante i molti flashback che avrebbero potuto creare confusione. Un ritorno al cinema italiano d'autore e impegnato, non a caso il regista Vicentini Orgnani cita Francesco Rosi come punto di riferimento. Una pellicola da non perdere, per non dimenticare e per continuare a parlare di due vittime che volevano solo fare il loro lavoro e raccontare la verità. A qualcuno, però, questo dava fastidio. (andrea amato)
da Popolis http://www.popolis.it/Dettaglio.asp?EPID=37!106!37!0!37346!
Popolis, 04/04/2003 - Il 20 marzo 1994 a Mogadiscio, in Somalia, la giornalista di Rai3 Ilaria Alpi e l’operatore Miran Hrovatin venivano barbaramente uccisi. Essi si trovavano nel paese africano per indagare su un complesso traffico d’armi e di rifiuti tossici. Traffico che vedeva coinvolta parecchia gente, sia italiana sia straniera, dai politici ai militari, da affaristi senza scrupoli ai servizi segreti. E’ molto probabile che con quest’indagine, Ilaria abbia dato fastidio a qualcuno d’importante, il quale abbia così dato il via libera alla sua uccisione.Esce ora, nelle sale cinematografiche italiane, dopo una lunga gestazione, e proprio nei giorni di guerra in Iraq, "Il più crudele dei giorni", che ripercorre, con dovizia di dettagli, gli ultimi mesi di vita della giornalista e del suo cameraman sloveno. Il film, diretto da Ferdinando Vicentini Orgnani, cerca di ricostruire tutte i fatti che hanno preceduto e per certi versi hanno causato la morte della giornalista.L’inchiesta giudiziaria ha lasciato aperti molti interrogativi. Sono stati individuati gli assassini, ma non i mandanti. I genitori di Ilaria, con tenacia, con pazienza, hanno svolto delle ricerche personali e hanno formulato le loro risposte nel libro "L’esecuzione". Libro che descrive la tesi secondo la quale l’agguato non è stato casuale, ma premeditato in seguito alle inchieste della giornalista, e che ha ispirato per l’appunto il film di Orgnani.Il film parte, infatti, dalla fine. Le prime battute inquadrano la scena del delitto, con il ritrovamento dei corpi orrendamente assassinati. Da qui hanno inizio una serie di flash back che ricostruiscono tutti i passi che hanno condotto Ilaria e il suo collaboratore in Somalia. Dal primo viaggio a Mogadiscio, alla guerra nella ex Jugoslavia, alla scoperta di spedizioni segrete che trasportavano merci "scottanti" (armi e rifiuti tossici) in Somalia.Un bel film civile, non facile, a metà strada tra la denuncia sociale e la biografia. Infatti, la ricostruzione è fedele a quanto è veramente accaduto: sono veri i nomi, i luoghi, le situazioni. Solamente l’ipotesi dell’agguato studiato a tavolino e il conseguente massacro è inventata, ma mi sento di sottoscrivere pienamente che l’ipotesi ivi descritta è quanto di più vicino alla realtà si possa immaginare.Lo stile cinematografico usato dal regista è secco ed efficace, alternando immagini a colori con accattivanti videogrammi in bianco e nero. Bisogna però rilevare che la trama non fluisce sempre lineare ed ordinata, mi sembra di notare che essa non riesca a trovare il giusto ritmo narrativo e un buon equilibrio fra Storia e biografia personale. Ma data l’importanza della "Storia" raccontata e delle difficoltà nel metterla su pellicola, soprassediamo volentieri sullo stile usato dal regista. L'importante è che il film sia stato girato e distribuito.Passando ai protagonisti, c’è da rilevare con piacere che, dando il volto ad Ilaria Alpi, Giovanna Mezzogiorno, reduce dal successo de "La finestra di fronte" di Ozpetek, dia un altro saggio della sua bravura e della sua versatilità di attrice. Bravissima nel non scimmiottare la giornalista scomparsa, ma nel cercare piuttosto di far emergere il ritratto di una donna coraggiosa, determinata, grintosa, con un alto senso della giustizia. Memorabili i suoi occhi intensi mentre guarda in faccia il suo carnefice, prima di coprirsi il capo e rannicchiarsi sotto il sedile. Figlia d’arte, è, a mio modesto parere, la più brava attrice italiana attualmente in circolazione.
da SiciliaOnLine http://www.siciliaonline.it/appasp/ASP/Cafeletterario/gds/read_art.asp?id=11435#
Più che un elogio funebre, è un lucido teorema sui delitti in guerra. Che vengono spesso commessi per coprire complicità speculative, non soltanto per difendere gli ideali, o per patriottismo, o per far garrire la bandiera della libertà, dove non esiste o dove si creda che non esista. Per Ilaria Alpi "il più crudele dei giorni" scocca quando la coraggiosa giornalista del Tg3 scopre, fra l'ex Iugoslavia e la Somalia, traffici sospetti, giungendo alla conclusione che alcune opere pubbliche in Africa valgano a nascondere lo smaltimento dei rifiuti tossici. Ferdinando Vicentini Orgnani evita da un lato la retorica, dall'altro la facile emozione, puntando su una messinscena realistica, fra la cupa atmosfera delle montagne in Serbia ed il deserto intorno a Mogadiscio. Il racconto passa con agilità fra i due ultimi viaggi di Ilaria, mostrandone da vicino il lavoro minuzioso, nelle riprese, nella febbrile ricerca delle testimonianze, nelle interviste che nulla concedono alla fantasia ed all'improvvisazione, basandosi invece su una salda nozione della Storia e di ciò che accade nello scacchiere "caldo" di quel maledetto 1994.
La sceneggiatura approfondisce le pieghe segrete del martirio di Ilaria e del suo cameraman Miran Hrovatin. E' il facile guadagno, è la rete criminale, sono i fatti incresciosi della malavita al centro dell'inchiesta. Talvolta, anche gli aiuti umanitari fanno scudo all'agguato: ed il film afferma con chiarezza, che i soccorsi possono mutarsi in ricatto, mentre la tragedia bellica slitta tragicamente verso la "gestione" delle medicine e del cibo inviati sul fronte delle battaglie. Su questo scenario tempestoso, si erge la stupenda Giovanna Mezzogiorno: lo dicevamo qualche giorno fa, e lo ribadiamo ora. E' l'attrice italiana più brava della sua generazione, e si è commossi dal tocco dolente ed impetuoso con cui lei disegna Ilaria, una creatura che diventa parte della sua veemente drammaturgia; al suo fianco un sobrio ed efficace Rade Sherebedzja così diviso tra la solidarietà del collega nelle riprese televisive ed il padre presago della morte. La fotografia di Giovanni Cavallini, fra le brume del nord, la sabbia dei villaggi ed il mesto ritorno delle bare sul C130, esalta la veste grafica di un racconto che commuove per il suo scatto autentico, chiudendosi nella lettura preferita di Ilaria Alpi, il "suo" Pasolini.