Dentro il paesaggio.
La prima volta che mi e capitato di vedere opere di Furio Cavallini (molti anni orsono, in una Galleria milanese) si trattava di tele di paesaggio, eseguite dal vero in giro per la Toscana. Eppure,
come ebbi modo di imparare bene in seguito, Furio era ed è soprattutto pittore di "studio", pittore di attenta concentrazione e di solitaria messa a fuoco sul modello, lungamente meditato e
lungamente dipinto alla luce fissa degli interni. E sono davvero così importanti e così robusti i risultati ottenuti con i suoi grandi ritratti, con le sue caratteristiche poltrone, con gli
schienali di sedia su cui s’appende una giacca vuota (risultati pittorici di rilievo, certo, ma anche esiti toccanti sotto il profilo poetico) che si sarebbe tentati di definire "minore"
questo suo girovagare con il cavalletto e la cassetta dei colori, questo suo fissare su tele quasi sempre piccole o di medie dimensioni l’impressione di un attimo di contemplazione, lo scorcio d’un
angolo di paesaggio colto al volo. Eppure (ed è stata anche per me, appunto, una sorta di scoperta, di ripensamento) è tutt’altro che secondario, nell’economia complessiva del suo lavoro, questo
particolarissimo aspetto del dipingere. Intanto perché c’è qualcosa di "cezanniano" nel metodo con il quale Furio frequenta il paesaggio, in questo suo dipingere fermo nello stesso luogo
fino a che c’è luce sufficiente, constatando dunque, e registrando sul quadro, tutti i cambiamenti, tutte le mutevolezze atmosferiche e luminose d’una stessa inquadratura nel lento trascorrere
delle ore. E poi perché non è soltanto una adesione naturalistica, un affetto di gusto per il paesaggio che lo muove quanto invece (e si sente) una sorta di ritrovamento affettivo, di scavo e
ricerca su materiali emotivi della memoria, su luoghi (già vissuti o soltanto intuiti, sognati in passato) intesi non già come mero scenario del sentire ma come catalizzatori, come inneschi di un
intimo, geloso, affettuoso ritrovamento: una sorta di sguardo lungo, insomma, che nel paesaggio vede soprattutto un’eco, una lontana melodia autobiografica, la riscoperta dei segni e segnali di un
tempo che è stato e che nella coscienza ha inciso una sua fitta trama di richiami, di risonanze vivissime. Ecco, insomma, perché non è affatto secondario questo guardare al paesaggio di Furio
rispetto ai suoi più conosciuti quadri d’interno e di figura: c’è un trasporto straordinario di sentimenti e di poesia qui, infatti, e dunque di pittura, di vera pittura.
Ricordate l’esclamazione del giovane Picasso ad una mostra di paesaggi impressionisti? «Qui si vede che piove, si vede che splende il sole, ma non si vede mai la pittura!». Non è questo il caso,
dunque, di queste piccole, toccanti tele in cui, dentro il paesaggio, dentro le immagini della VaI di Cecina, da Riparbella (il paese del padre dell’artista) a Montescudaio, fino alle vedute
placide, solenni, della
bassa padana vicino a Suzzara o fino alle più inconsuete e severe montagne intorno al Lago di Garda, si distende una misurata, sensibile verità pittorica, fatta insieme di mestiere consumatissimo e
di talento affilato in cui, con soggetti e modi diversi, Furio giunge sempre a trasfondere lo specchio suggestivo d’una sua testimonianza esistenziale: una testimonianza laica e tenera, un’adesione
moderna e insieme antica, fatta d’amore e di panico, verso le ragioni più vere dell’uomo e della natura.
Giorgio Seveso