Un discorso su Furio Cavallini, pittore toscano che dopo una sua prima esperienza a Milano si è stabilito a Firenze, dove vive e lavora, e che ora si ripresenta a Milano è cosa impegnativa per i modi e i caratteri della sua pittura e le implicazioni che essa comporta.
Cavallini è un pittore distinto, robusto nel segno e ricco nella materia.
Il quadro per lui resta il mezzo più idoneo a raccogliere e documentare il suo modo di essere come uomo, esprime il senso della sua "contemporaneità“ in un momento storico come l’attuale, pregno di incertezze, interrogativi, ansiose inquietudini; un tempo carico di presagi che una natura sensitiva come la sua avverte e fa propri proiettandoli come un messaggio nel quale gli uomini si possano identificare e riconoscere.
Cavallini porta in se, anche se inconsciamente, il concetto dell’uomo che fu proprio dell’umanesimo: dell’uomo come ragione e misura del mondo, nella sua significazione più vera ed esaltante. Il suo lavoro lo prova. I quadri, in prevalenza paesaggi, nascono sempre dalla figura; nudi ritti o seduti, nudi coricati o sdraiati, nudi in tutte le positure si trasformano in paesaggio, s’impastano di terra, alberi, foglie. Diventano insomma pittura palpitante fatta anche di carne e di sangue.
E’ da questa partenza legata strettamente alla figura, da questo interesse esclusivo che si genera l’intensità del significato della sua opera.
Cavallini per quello che è, per quello che si è detto e per il lavoro di questi anni è, a mio avviso, un testimone attento e crudele delle laceranti contraddizioni del momento storico che stiamo vivendo: un testimone che ha coscienza della provvisorietà, dell’inquietudine, dell’ansia, del timore che ci portiamo dentro l’anima col presagio che per noi non ci sia forse più un domani.
La tensione che si avverte immediata nei suoi quadri nasce da questa condizione di partecipe testimone, d’artista sensibile ed emotivo, capace di trasmettere alla materia pittorica le proprie angosce esistenziali.
Cavallini, per analogia di stati d’animo, può essere accostato a pittori come Van Gogh e Soutine nei quali l’esaltazione creativa, all’acme del parossismo, si dilata potenziando le capacità di ricezione fino a intervenire fortemente, violentemente sugli elementi costitutivi della forma e sui loro nessi.
Egli opera per virtù, direi, divinatrice quel processo di deformazione o trasfigurazione che determina, sublimandola, l’immagine e caratterizza l’opera d’arte come risultato unico, irripetibile.
Si potrebbe dire che l’opera nasce oggi, per artisti come lui, da una sorta di raptus creativo poiché le direttrici del loro comportamento sono la violenza e la rapidità.
Cavallini, nel momento creativo, trasferisce nel quadro tutta la carica umana di cui è pervaso; e il quadro la comunica all’osservatore.
Da qui la ragione, a mio avviso, della vitalità della sua pittura, quel senso quasi fisico di una presenza che di rado oggi si prova di fronte all’opera d’arte.
I quadri esposti in questa mostra sono nella loro quasi totalità dei paesaggi. L’immagine della natura, realizzata in un lirismo panicamente esaltato al limite dell’allucinazione, è resa senza residui di ordine naturalistico; sembra sia l’ultima visione che all’uomo
è dato di contemplare e nella quale l’uomo si è fuso liquefacendosi con la terra, disperato.

Giovanni Paganin