Ancora molti di coloro che operano nel mondo dell’arte pensano di trovare ispirazione dalle mode provenienti da lontani
paesi. Sono le imposizioni del mercato a condizionare i più deboli, a costringerli a sperimentazioni non sentite intenti come sono a raggiungere la notorietà attraverso la formula, il
simbolo, la nuova materia.
Ripensamenti, atteggiamenti orecchiati, necessità di stare sul filo del vento con la speranza di giungere tra i primi a formulare proposte nebulose.
In questo clima Furio Cavallini ci appare come un personaggio quasi anacronistico, per la sua chiarezza di impostazione apparsa fin dagli inizi (vedi la sua prima personale fiorentina del 1953) con un
suo mondo di immagini risolto nel linguaggio universalmente comprensibile ricco di un vocabolario che solo un toscano può adoperare con facilità.
Accademia e scuole non hanno modificato la sua natura - ombrosa e accesa, ricca di umori e di mediati ricordi
- così come non lo hanno costretto a crearsi uno schema personale esteriore, ovvero a
racchiudersi nella formula, impossibile per chi, come lui, si trova ad essere impegnato nella realizzazione di sollecitazioni emozionali da trasformare e concludere nella sua personale concreta
realtà.
In questa mostra fiorentina, nella quale presenta i suoi ultimi lavori, Furio Cavallini appare in tutta la sua integrità, mostrando ancora una
volta come egli sappia agire, nel fare pittorico, con la piena libertà della sua natura.
Sono nudi accesi nel tono che rende torbida la carne, nei quali è più visibile il non dimenticato amore per certe forme espressionistiche; o sono nature morte dove le varie immagini fiori consunti e
frutta da tempo recisa — tendono a creare un paesaggio fantastico ricco di immagini evocate, risolte con meditata poetica.
Nella sua coerenza pittorica, ormai quasi ventennale, Furio Cavallini, sa creare un mondo nel quale tutti possono attingere, certi di ricevere sollecitazioni umane, mai esasperate, sempre
contenute, sempre belle.
Massimo Di Volo