Il problema del corpo, con l’ingombro della sua presenza o con l’ambiguità della sua assenza, è al centro della rovente passione figurativa di Furio Cavallini; una passione che lo conduce a identificare l’urgenza della pittura con il corso tumultuoso dell’esistenza; una passione imperiosa che ha istigato l’artista a seguire gli impulsi di una ciclica chiamata, da Piombino a Milano, poi al rientro in Toscana e ora di nuovo a Milano. E v’è da esser certi che non vi sono altre ragioni, in queste migrazioni, al di fuori della pittura (e ciò equivale a dire, per Furio, le ragioni della vita).
I nudi, calati con violenza dentro il senso del corpo; sono stati loro a rivelare il forte nerbo figurativo di Cavallini. Sono stati i nudi

«rivisitati “ nella forma del classicismo e quindi ricomposti in una unità anticlassica, sottoposta a torsioni, a blocchi, a sezionature, ad una vera e propria eversione anatomica. Ed è stata una mesausta ricognizione nella zona più oscura dell’umana sostanza, quasi a carpire i segreti dell’esistere nei nuclei pulsanti del corpo.
Dal corpo al ritratto è stato il passaggio logico per la ricerca di un’identità non accademica e non retorica, per un rapporto di necessità fra la figura e il mondo reale. E si è visto Cavallini indagare i segni più interni dei suoi personaggi, scoprire i tipi somatici che sono le rispondenze visibili della coscienza. I personaggi di Cavallini: austeri e tragici in una spoglia e nuda dignità. E al di là dei connotati un accento luttuoso, una sensazione agra di vuoto. E’ il vuoto, è l’assenza dell’odierna pittura di Cavallini, questa sua proiezione allarmata verso la frontiera minacciosa dell’ignoto.
Solo le impronte dell’uomo, gli indizi di una presenza vissuta nel tempo passato: la giacca appesa sulla sedia, l’eco dei passi nella stanza, il senso di una partenza, di un’uscita oltre l’ombra nera della soglia. E’ la condizione estraniata dell’uomo, il quale subisce la sua destituzione e lascia solo i segni di una speranza e di una vita.
E si registra, in questa fase di trapasso figurativo, una straordinaria svolta nel discorso formale di Cavallini; si assiste cioè ad un recupero dello specifico pittorico con la suggestione di una raffinata sostanza cromatica. Sono i ricorsi ciclici dell’esperienza creativa di Cavallini, quei suoi recuperi di splendide stesure, di morbide e filtrate materie; sono i segni di una implicita coincidenza fra la forma e i suoi significati, e cioè di una maturata sintesi poetica.
Immagini di assenza, dunque, di inquiete ombre, di allarmi sulla scena; eppure si intuisce che è in gioco, ancora una volta, l’uomo. E’ la crisi dell’identità che si rispecchia nel vuoto delle stanze, nella tensione silenziosa di questi luoghi di transito. In alcune immagini la notte occupa di cupo grigio gli spazi dell’attesa, mentre al di là della svolta si addensa la minaccia. Cavallini smonta e ricompone il suo teatro dell’esistenza senza che mai il protagonista entri in scena; il dramma si consuma oltre la barriera revulsiva delle pareti, mentre qui, alla ribalta livida del mondo, sono esposti i segni concreti del « vissuto ». L’esperienza conclusa della vita si adombra in queste testimonianze emblematiche, ultime tracce di un implacabile processo di spogliazione corporea, fino agli esiti estremi di una evocata presenza umana.

Gianni Cavazzini