Ogni volta che ci passo mi viene il magone: casa mia milanese di via Solferino, non c’è più. Lo so, era una turpe spelonca e, hanno ragione di
abbatterla, ma i miei ricordi conteranno pure qualcosa. Fra i tanti, fra i più cari, Furio Cavallini che saliva come di soppiatto, a trovarci. Lui non lo sa, ma in cuor mio gli avevo tradotto il nome
in inglese, lo chiamavo Crazy Horse, il cavallo furioso. C’è una certa sorte nei nomi. Maremmano, veniva su da Piombino, e in quella città di tecnocrati e di venditori di fumo stava veramente
male: forse lui e Milano non si sono mai capiti. E allora si fu contenti quando il Furio decise di tornarsene in Toscana, dove ancora regge un poco di civiltà, non soltanto artistica ma anche morale.
Lavorava allora, sodo, e lavora anche oggi, fedele al suo impegno di artista sincero, assai poco disposto ai compromessi, attento alle immagini, ma anche di più agli affetti e alle ragioni del cuore.
E’ uno dei pochi pittori che sappiano vantarsi con tanta schiettezza delle cose che fanno. Questo quadro è bello, no? ti dice il Furio, e tu provati a negarglielo! E’ capace di darti, come si
dice dalle nostre parti, una Iabbrata “. Meritatissima, perché i quadri son belli per davvero. Altrimenti perché terrei attaccato al muro quel suo scorcio d’un abside fiorentina così gentile,
così ben sfumata nei toni dalla terra al grigio? Oppure quel ritrattino della mia cagnetta acciambellata sul tappeto buono? Ogni tanto ci si rivede, ma siamo fra i pochi a
non compiangere l’uno sulla spalla dell’altro gli anni passati. No, Furio mi chiede che cosa ho scritto, io gli chiedo che cosa ha dipinto. Fra noi due, sono queste le sole cose che contano. Si
capisce, insieme al resto, alle persone che ci vogliono bene. Con quelle, e con il nostro mestieraccio, non si lesina mai.
Luciano Bianciardi
http://www.lucianobianciardi.it